Vive sul lago di Garda Elisa. Mi accoglie in casa sua una mattina di gennaio. Vuole offrirmi un caffè, ma noto che si muove con fatica, a causa del pancione.

 Ormai manca poco…

Sorride accarezzandosi la pancia. In primavera nascerà Ludovica. Una nuova gioia e una nuova speranza, dopo tanto dolore. Elisa inizia a raccontarmi di quei giorni terribili che tra anni fa hanno cambiato per sempre il corso della sua vita.

Andrea e io ci eravamo sposati da poco più di un anno. Bendetta aveva meno di un anno. Era la figlia che avevamo tanto desiderato e lottato per avere. A causa di miei problemi di salute, tutti mi avevano sconsigliato di diventare mamma. La mia era stata una gravidanza a rischio e Benedetta era nata con una lieve malformazione alla gamba destra. Per questo la tenevamo monitorata e avevamo consultato un vasto repertorio di specialisti per assicurarci che stesse bene. Dopo diversi cicli di trattamenti, per fortuna il problema alla gamba sembrava risolto.

Poi arriva quel giovedì, il 16 gennaio 2014.

Era sera e fuori, essendo inverno, c’erano solo nebbia e buio. Il che rendeva ancora più calda e luminosa l’atmosfera domestica. Ricordo perfettamente quel momento: Andrea che apre la porta di casa e Benedetta che gli sorride dal seggiolone con i suoi occhioni azzurri. “Sono l’uomo più felice del mondo”, mi disse, “tu e la nostra bambina: non potrei desiderare altro”.

 Felicità. Nessun vocabolario potrebbe descriverla meglio.

Trascorremmo una serata come tante. Messa a letto Benedetta, una cena io e lui tranquilli e poi un po’ di tv. Ma la notte non fu altrettanto serena. Benedetta continuava a vomitare e io, da mamma, ero già in allarme.

Poca pipì. Un po’ meno vispa del solito. Fiacchezza: piccoli segnali che un pediatra o uno scienziato o chiunque non si stia riferendo a suo figlio negherebbe.

Anche se il giorno dopo Benedetta sembrava stare bene, tormentai la pediatra per avere un appuntamento subito. Volevo che la vedesse e che mi dicesse di stare tranquilla. In meno di dieci minuti la pediatra reputò che tutti i miei timori erano infondati. Che mia figlia stava bene. Che mi ero allarmata per niente. Pareva quasi scocciata per il tempo che aveva dovuto dedicarci, tanto da dirmi: avrebbe anche potuto portarmela lunedì.

Elisa si rasserena, forse erano davvero preoccupazioni inutili le sue.

Tornai a casa, cercando di credere che fossero solo mie paranoie. Ormai era quasi ora di cena e di lì a poco sarebbero arrivati Andrea e mia madre. Fu lei a mettermi di nuovo in allarme: “Elisa, questa bambina secondo me non sta bene”, mi disse appena varcò la soglia di casa, senza che io le avessi ancora accennato nulla. “E’ pallida e i suoi occhi non mi piacciono”.

 Il giorno seguente devono affrontare un viaggio a Bologna, per controllare la gamba di Benedetta. Non possono rischiare che le salga la febbre. Così, per precauzione, decidono di portarla al pronto soccorso.

Partimmo da casa verso le otto e, come premio, mia madre concesse a Benedetta di stare seduta in braccio a lei, nella parte posteriore della vettura. La bambina sembrava tornata vivace. Voleva guardare fuori dal finestrino e cercava di leccare un biscotto.

Ma in meno di un’ora la situazione assume una piega inaspettata.

Una volta entrati al pronto soccorso, il tempo dell’accettazione e delle analisi non fu nemmeno lungo. Mezz’ora a far tanto. Ma nel frattempo Benedetta aveva cominciato a sudare. Sudava e respirava intensamente. Non appena la dottoressa di turno la vide, ce la strappò dalle braccia.

Gli attimi che seguirono a Elisa li ha raccontati la madre. Una mamma capisce quando sta per perdere un figlio. Lo capisce talmente bene da non capire nient’altro.

Mi hanno detto di aver tentato di rianimarla senza riuscirci, mentre io ero ormai in stato confusionale.

Alle 21.30 Benedetta non c’era già più.

Nessuno ha saputo mai dirmi perché Benedetta è morta. Nessuno. Nemmeno l’autopsia che è arrivata dopo mesi e che ha rivelato tutto e il contrario di tutto. Ancora, spesso, mi chiedo come sia stato possibile. Come può morire così, senza un perché e da un momento all’altro, una bambina di nove mesi.

Parlano ancora con lei, Elisa e Andrea, davanti alla tomba le raccontano della sorellina che sta per arrivare.

Abbiamo saputo che Ludovica, al contrario di Benedetta, non ha ereditato la mia malattia. Questo è già un miracolo. Ma per noi sarà sempre la nostra figlia minore, non la nostra unica figlia.