E’ difficile individuarla tra la folla che accalca la stazione alle sei di sera. “Sono quella col velo”, mi avvisa per telefono. Sì, ma ormai il velo non è una rarità nelle grandi province del Nord Italia. Eppure per Alæ rappresenta molto più che un particolare.

Mio padre è arrivato in Italia dalla Palestina quasi quarant’anni fa – ci racconta la ragazza mentre cerchiamo un tavolo al bar della stazione – Era appena diciannovenne e voleva studiare medicina, cosa che per altro fece. Prima imparando la lingua in una scuola di Perugia, poi in università, a Roma.

Lei invece, Alæ Al Said, è nata in Italia venticinque anni fa. Ma si sente divisa in due. Anzi no: doppia e al tempo stesso scissa. Cittadina italiana e donna palestinese. Con la residenza in Italia e la patria in Palestina. Che parla arabo in casa e italiano all’università. Che indossa il velo, preferisce il maftul alla pizza e la musica orientale al pop e al rock. Ma che, al tempo stesso, adora fare shopping e uscire con gli amici la sera.

Non c’è un luogo in cui mi senta davvero a casa, totalmente integrata. Ho vissuto a Roma per i primi undici anni della mia vita, poi, per il lavoro di mio padre, ci siamo trasferiti a San Paolo, un paese in provincia di Brescia. Passare da una metropoli a un paesino credo sia un trauma per chiunque. Per me lo è stato di più, perché mi ha sbattuto in faccia la mia diversità, una diversità che ora vivo come ricchezza ma che a undici anni era un difetto.

A scuola la vita non è facile per Alæ.

I miei compagni di scuola pulivano la sedia con i fazzoletti di carta se lì prima mi ero seduta io. O si tappavano il naso quando passavo. Nessuno voleva mai stare con me.

E le cose si complicano quando inizia a indossare il velo.

Avevo dodici anni e mezzo quando accadde. Andai in bagno e mi accorsi che mi erano arrivate le mestruazioni. In un primo momento provai paura: oltre a essere in una nuova fase della mia maturazione sessuale, varcavo un confine più marcato di identità culturale. Avrei messo il velo. La gente avrebbe iniziato a guardarmi per strada, come faceva con mia madre e le mie sorelle.

I genitori non le mettono fretta. Lasciano che sia lei a prendere confidenza con quella novità.

All’inizio non lo portavo sempre, cercavo un modo per renderlo mio, comodo, studiavo diverse soluzioni per abbinarlo. Poi, nell’arco di due mesi, diventò un’abitudine.

Un’abitudine per Alæ, ma non per gli altri.

Una volta stavo facendo volontariato per la croce bianca e, arrivata per prelevare con l’ambulanza una signora anziana, mi chinai su di lei per aiutarla a spostarsi sulla barella. La donna si parò con le braccia irrigidite e disse: No, no, non te che chissà da dove vieni! Capii all’istante che il problema era lo hijab. La vecchietta aveva capito che, pur trovandomi a prestare servizio per la croce bianca, non ero cristiana ma musulmana. Mi allontanai, lasciando fare il lavoro ai colleghi. Poi una suoretta di turno con me cercò di rassicurarmi: Non prendertela, è una donna anziana, non era lucida. Però, ecco, magari per le prossime volte ti consiglio di evitare il velo.

Cresce il desiderio di tornare a vivere in Palestina, dove non è additata come “diversa”, ma le circostanze glielo impediscono.

Ero ancora minorenne, mio padre aveva un lavoro qui in Italia e le mie sorelle dovevano finire di studiare. Negli anni abbiamo sempre rimandato, ma l’obiettivo è rimasto.

Poi Alæ conosce Gihad, un ragazzo siriano che vive a Milano.

Ci siamo conosciuti a una festa. Era un “Capodanno alla musulmana”, cioè una serata senza alcol e baldorie, solo cena e tante chiacchiere. Mi ha subito aggiunta su Facebook e corteggiata per un anno, ma all’inizio io non ne volevo sapere, poi ho accettato di incontrarlo e me ne sono innamorata.

Anche in questo caso, però, le cose non sono semplici.

Per poterci frequentare, i genitori di Gihad dovevano conoscere i miei e lui doveva chiedere l’autorizzazione a mio padre. Ma non mi vedevano di buon occhio. Avrebbero voluto una ragazza siriana come lui.

Fortunatamente la situazione si appiana e il fidanzamento viene accettato.

Ci sposeremo tra pochi mesi. Ride. E pensare che alcuni mi chiedono anche se sono stata obbligata! Un punto che molti faticano a comprendere è la differenza tra avere l’approvazione dei genitori e essere oggetto di matrimoni concordati. L’Islam vieta di sposare una persona contro la propria volontà. Tanto è vero che l’Imam, prima di far firmare agli sposi il contratto matrimoniale, prende da parte la donna e le chiede se è stata costretta. Se lei risponde di sì, il matrimonio non viene celebrato.

Alæ ha imparato a vivere con autoironia i pregiudizi della gente, ma non è affatto semplice.

Sono un’immigrata di seconda generazione. In tanti pensano che sia più facile per quelli come me, che in Italia ci sono nati e cresciuti. Invece no. I miei genitori, pur avendo vissuto il distacco, sono alberi che hanno allungato i rami verso un altrove, mantenendo però le radici nella terra madre. Io sono una pianticella nata da semi lontani e cresciuta in un pugno di terra portato da mamma e papà in un luogo straniero. Le mie radici sono in un vasetto di argilla, di quelli che sembrano antichi ma in realtà sono nuovi. E così la gente si confonde. Mi vede con il velo, nota i tratti orientali e si stupisce che io parli perfettamente l’italiano. Allo stesso tempo, quando torno in Palestina le mie coetanee non si capacitano di come io, a 25 anni, non siaancora sposata e non abbia figli, del mio desiderio di studiare, oltre che di metter su famiglia. Del fatto che sappia guidare la macchina. Il mio è un essere apolide e doppia cittadina allo stesso tempo.