Dovresti essere felice. E’ il momento più bello nella vita di una donna.

E’ forse questa la frase che più fa male a chi soffre di depressione post-partum. Non è stato così per Valentina, 36enne milanese: lei, dopo la nascita della sua prima figlia nel 2013, ha affrontato il suo male senza farlo trapelare all’esterno. Gli unici a conoscenza del problema erano il marito Francesco e la terapeuta a cui si era rivolta.

Scoprii di essere incinta un mese prima di sposarmi. Io e il mio fidanzato – poi marito – avevamo cominciato a cercare un figlio più per scherzo che credendoci veramente: pensavamo che ci avremmo messo un po’, per cui volevamo “portarci avanti”. Invece riuscimmo al primo tentativo. Anche se in famiglia non tutti l’avevano presa bene (i miei genitori ritenevano che sarebbe stato meglio aspettare di avere una situazione lavorativa più stabile), noi eravamo felici. Fu in assoluto uno dei periodi più sereni e positivi.

Una gravidanza senza intoppi, un rapporto di coppia che funziona, una vita tutto sommato soddisfacente. Premesse utili, ma non sufficienti.

Mi sono resa conto di non essere felice subito dopo il parto. Ero stata sottoposta a cesareo con anestesia totale, dopo un travaglio di quattordici ore, faticosissimo. In più mia figlia non si attaccava al seno e mi era stato detto dalle ostetriche e dalle puericultrici dell’ospedale che non mi impegnavo abbastanza. Niente era andato come mi ero immaginata per nove mesi: non avevo visto mia figlia nascere, non riuscivo ad allattarla, ero gonfia ed esausta, volevo solo dormire. Quando vidi la mia bambina per la prima volta non provai niente: nessun grande amore che mi facesse dimenticare all’istante tutto il dolore passato. Temevo non sarei più tornata quella di prima.

E, anche una volta lasciato l’ospedale, la situazione non accennava a migliorare.

Non volevo che mio marito uscisse di casa e mi lasciasse sola con mia figlia, avevo paura che stesse male. Ripensandoci, mi sembra assurdo, ma ricordo di avergli detto: “Se tu esci di casa e ti investe una macchina, se muori, poi io devo stare da sola con la bambina”. Mi sentivo prigioniera in casa mia, credevo che la mia vita fosse finita dopo essere diventata mamma.

Intanto, all’esterno, nessuno immaginava nulla.

Fino a che non ho concluso la terapia, circa un anno dopo la nascita della bambina, non ho detto niente a nessuno. Era una cosa che riguardava solo me e la mia nuova famiglia, non volevo intromissioni esterne. L’unico a starmi vicino è stato mio marito Francesco: il 50% della mia guarigione lo devo a lui. Non mi ha mai giudicata, mai mi ha detto “Adesso abbiamo una figlia, devi farti forza”. Mai mi ha fatta sentire sbagliata. E quando ho deciso di andare in terapia, non solo mi ha appoggiata, ma mi ha anche accompagnata ogni singola volta. Quando infine ne ho parlato ad amici e familiari, non tutti hanno capito ciò che abbiamo passato: la figura materna è ancora vista troppo come divinità che tutto può e tutto sa, quindi risultava inaccettabile che io non fossi contenta della nascita della mia bambina.

Per sciogliere i grumi di sofferenza e guarire, Valentina ha dovuto affidarsi alla psicoterapia.

La depressione post-partum può essere combattuta solo con l’aiuto di uno psicologo. Volevo con tutte le mie forze essere una madre migliore per mia figlia, non perfetta, ma una mamma che avrebbe sempre fatto tutto il possibile per crescerla. In quelle condizioni era impossibile. Era come se fossi tenuta insieme con il nastro adesivo, mi sentivo uno scarabocchio su una pagina. La terapia mi ha aiutata a capire che non era colpa mia, che la malattia mi era venuta non perché avessi fatto qualcosa di sbagliato e che, come me, c’erano tante altre donne in difficoltà. Prima credevo di essere l’unica.

E se tanti sono stati i momenti sereni negati, altrettanti sono gli strumenti che oggi Valentina ha acquisito.

La sensazione di allora, che tutto fosse insormontabile, adesso è solo un lontano ricordo. Non è stato semplice, ma sono, siamo, sopravvissuti. Adesso abbiamo anche un’altra figlia, che, non a caso, abbiamo deciso di chiamare Vittoria. Alla me stessa di allora direi che ha avuto molto coraggio a capire di avere bisogno di aiuto.