Fin sopra alla collina non ci posso arrivare con la macchina, così parcheggio in uno spiazzo a metà strada e mi godo il resto del tragitto immersa nell’aria dolce ma inaffidabile di aprile. Il silenzio che c’è qui credo di non averlo mai sperimentato. Dovrei parlare con Elisabetta – dico al citofono dell’edificio – sono una giornalista. Abbiamo appuntamento per un’intervista.

La porta si apre, ma non vedo anima viva. Da quella che presumo sia la portineria, con pareti in legno grigliato al posto delle vetrate, esce una voce: Percorra il corridoio alla sua destra e si sieda sull’ultima sedia. Non appena mi riprendo dallo spavento per la brusca rottura della totale quiete uditiva, noto che nel corridoio alla mia destra sono posizionate delle sedie, cinque o sei, disposte come se fossero affacciate a finestre murate. Le finestre, in realtà, ci sono, e hanno le stesse griglie della portineria. Mi siedo sull’ultima e aspetto.

Eccomi, spero di non averti fatta aspettare troppo. E’ che non riesco ancora a orientarmi qui dentro.

Ha una voce squillante, Elisabetta, in netto contrasto con l’impalpabilità dell’ambiente. Le chiedo di raccontarmi come ci è finita. Qui dentro.

Non è stata una scelta, ho accolto un dono. In pochi riescono a sentire il richiamo di Dio oggi.

In pochi riescono a sentirlo così.

Anche io ero diffidente prima. Non gli ho parlato per vent’anni, al Signore. Dopo la morte di mia madre ero arrabbiata, come lo sono tanti. Avevo smesso di andare in chiesa e pensavo che se mai Dio fosse esistito, doveva darmi una prova.

 E te l’ha data?

In un certo senso. Avevo trentotto anni, anche mio padre stava morendo e mi sentivo insoddisfatta di tutto, persino del lavoro che avevo sempre amato. Ero infermiera di riabilitazione psichiatrica e guardavo con invidia una mia collega. Lei era assistente ausiliare e aveva quindi mansioni molto più pesanti rispetto alle mie, ma la invidiavo. La invidiavo perché era sempre allegra, sembrava innamorata. Un giorno le chiesi come facesse e mi disse che era il Signore. E’ stata lei a riavvicinarmi alla fede. Da allora ripresi ad andare a messa, iniziai ad assistere gli anziani e a fare catechismo ai più piccoli. 

Ma quando hai deciso? Quando hai capito che volevi diventare suora?

Accade così, ti svegli una mattina e capisci che quella è la tua strada. Sapevo di voler prendere i voti, ma in un primo momento mi sono sentita davvero confusa. Suora, va bene, ma di che tipo? Sarei andata in giro per il mondo ad aiutare i più poveri oppure avrei scelto una strada più tranquilla e vicina a dove avevo sempre vissuto? Alla fine, circa sette mesi fa, ho avuto la risposta: sarei diventata una visitandina, avrei vissuto in un monastero di clausura.

E cos’hai fatto in questi sette mesi?

Non è stato un periodo facile. Il sacerdote che mi seguiva mi disse una frase che solo ora comprendo fino in fondo. “Il desiderio ha bisogno di tempo per essere purificato”. Infatti, solo restando immersa nella mia quotidianità, sopportando l’attesa con la fatica di tenere a bada l’euforia, ho potuto constatare l’autenticità della mia decisione. Nel corso di quei sette mesi ho dovuto pian piano tagliare tutti i lacci della complessa rete burocratica in cui come tutti, ero inserita, preparami all’allontanamento. Contemporaneamente, avere cura di svolgere con rigore il mio lavoro, senza perdere i pezzi del presente.

Come hanno reagito i tuoi familiari e i tuoi amici?

Quella è stata la prova più difficile. Ma come? Tu, che sei sempre in mezzo alla gente? Alcuni si arrabbiavano proprio. Cercavano di dissuadermi in ogni modo, provocandomi e addirittura pregando (sì, pregando!) affinché non diventassi suora, e specialmente non di clausura. Solo quelli che mi conoscevano meglio, principalmente i miei cugini, che per me sono sempre stati come fratelli, mi dissero che non capivano, ma che se ero felice io non potevano che esserlo anche loro. 

Ora sei qui.

Sì, da una settimana. Sabato scorso c’è stata la cerimonia per il mio ingresso in monastero. Volevo salutare tutti, ma la messa doveva pur avere inizio e il sacerdote mi guardava impaziente. Ho impiegato un’ora per stringere la mano e baciare tutte le persone venute ad assistere. Quando il rito si è concluso e mi sono lasciata alle spalle la gente, quando il portone del monastero si è chiuso e sono restata sola con le altre suore, sono scoppiata in un pianto liberatorio.

Com’è essere suora di clausura nel 2017?

Da una settimana a questa parte la mia è una vita nascosta. Siamo anime che vivono nell’ombra del Signore. Facciamo tutto nel silenzio e le nostre giornate sono scandite dalla liturgia delle ore. Alle cinque e mezza c’è la prima preghiera, quella personale, mentre alle sette cantiamo tutte insieme le lodi. Poi una rapida colazione e la messa, dopo la quale c’è un momento chiamato “ufficio delle letture”, in cui vengono letti i versetti e i salmi del giorno. Dura fino all’ora terza, che corrisponde all’incirca alle 9.30. Dopo di che ciascuna viene affidata al suo lavoro silenzioso e solitario. Ci riposiamo un po’ nel primo pomeriggio, poi ancora preghiera e lavoro. Anche i pasti sono in silenzio e hanno una struttura cerimoniale. Praticamente tutta la nostra giornata è una celebrazione liturgica.

Non vi rapportate tra voi?

Sì, ci sono due momenti ricreativi, dopo i pasti, che durano tre quarti d’ora e in cui possiamo stare insieme e chiacchierare liberamente. Ognuna ne approfitta comunque per sbrigare qualche lavoretto: ricamare la toga di un sacerdote o altri paramenti, rammendare i propri vestiti, come nel mio caso. Sto cucendo  i numerini che mi sono stati assegnati, in modo che le ragazze della lavanderia non facciano fatica a distinguerle da quelle delle altre sorelle. 

Non hai paura di aver perso qualcosa? O di perderla in futuro?

Perché mai dovrei avere questa paura? Avevo perso me stessa – e non può succedere nulla di peggio -, ma ora mi sono ritrovata.