Penso mi farà bene raccontare la mia storia, ma il mio nome, quello no, non metterlo.

Così Andrea (nome di fantasia, appunto) ha accettato di incontrarmi per spiegare come ci si sente. Come ci si sente a tenere nascosta la propria omosessualità fino ai 40 anni.

Andare a ripetizioni di greco e latino iniziava a piacermi. Ero in quarta ginnasio e non me la cavavo alla grande con le lingue antiche, così i miei genitori mi avevano incitato a prendere lezioni il pomeriggio da un mio vecchio professore delle medie. Insieme a me c’era anche il nipote di questo insegnante. Tutti e due a fare esercizi e traduzioni.

E’ lì, tra i 14 e i 15 anni, che Andrea ha le prime avvisaglie.

Quel ragazzo, il nipote del prof, mi piaceva. Mi piaceva fisicamente. Prima di allora non mi avevano mai attratto persone del mio stesso sesso. Addirittura in terza media avevo avuto una cotta per una mia compagna di classe e ci ero stato parecchio male. Ero disorientato.

Ma per la confusione non c’è tempo : la scuola, lo studio e l’età passano davanti ai sentimenti.

Ero un adolescente ciccione, uscivo poco. Nessuno si stupiva se non avevo la ragazza. Nessuno pensava che proprio non la cercassi. Solo la sera, prima di dormire, tornavano quelle fantasie che avrei voluto fossero realtà. Non avevo paura. Era una pulsione talmente naturale da non riuscire a spaventarmi.

Andrea sa, tuttavia, che nessuno deve venirne a conoscenza. Si vergogna. Sono gli anni Novanta, gli anni in cui la fobia da contagio dell’Aids fa puntare il dito verso gli omosessuali.

Che fossi stato gay, prostituta o trans non faceva differenza, così tenevo il poster di Claudia Schiffer in camera. Magari passa, magari posso correggermi, mi ripetevo.

Intorno ai vent’anni Andrea decide di impegnarsi. Di trovare una ragazza e fidanzarsi con lei. Inizia a uscire con Flaminia: passeggiano mano nella mano per le vie del centro, la porta al cinema e si sforza anche di metterle il braccio dietro la schiena.

Ma tutto ciò non cambiava le cose: nell’intimità non riuscivo a provare piacere. Mi faceva arrabbiare quando mi toccava i capelli o mi accarezzava. Perché io non provavo alcun desiderio. Me la prendevo con me stesso, non con lei.

Una sera, dopo aver recitato per l’ennesima volta, Andrea decide di chiudere la relazione.

Eravamo stati al concerto di Zucchero. Lei proprio non se l’aspettava. Le dissi: Non posso stare insieme a te perché non ti amo. Il messaggio era chiarissimo. E lei soffrì molto, ma poi andò avanti. Trovò un altro. Era passato circa un anno da quando l’avevo lasciata, ma il fatto che si fosse fidanzata non mi andava giù. Non ero geloso, come pensavano tutti, ero solo arrabbiato, perché lei era riuscita a trovare quello che voleva e io no. La richiamai, ma non ci fu più nulla.

Da allora, per i successivi diciannove anni, Andrea esclude le relazioni sentimentali e il sesso dalla sua vita.

Solo. Era così che mi sentivo, in tanti sensi. Faceva male non trovare nessuno come me. Non mi sentivo femmina e tutt’ora non penso di avere nulla a che spartire con le donne. Mi sono sempre trovato meglio con i ragazzi, sia sul lavoro sia in compagnia con gli amici e il fatto che la gente voglia ricondurre tratti di femminilità agli omosessuali, ricreare coppie etero nelle coppie gay, chiedendosi chi dei due sarà il maschio e chi la femmina, questo fatto è intollerabile. Significa voler ricostituire la normalità in quella che viene letta come anormalità. A quel tempo le donne mi facevano paura. Temevo s’innamorassero di me. Non ero più l’adolescente paffuto che non piace a nessuno. Piacevo eccome. E tutti si stupivano che rifiutassi ogni ragazza, anche la più bella. Il mio problema, oltre all’imbarazzo e al dispiacere di far soffrire una ragazza, era che qualcuno iniziasse a sospettare. Perché il mio era sempre un: no, preferisco se restiamo amici.

Una domenica pomeriggio, è gennaio del 2011, Andrea sta passeggiando da solo per le stradine di Desenzano, quando si accorge di essere seguito.

C’era un uomo, avrà avuto sui quarant’anni, che mi fissava e veniva dietro di me. A un certo punto mi fermai. Ciao, sei proprio un bel ragazzo, mi disse. Cosa facciamo? Andiamo a berci qualcosa o a fare un giro in macchina, visto che fa così freddo qui fuori? Rimpiansi tanto quelle due parole. Grazie. No.

 

Andando in giro, Andrea vede e percepisce subito chi è come lui.

Ci guardavamo per un po’, intensamente, ma poi io fuggivo via. Sempre. E ogni volta maledicevo quella paura di buttarmi.

Trascorrono altri due anni. Una mattina di febbraio 2013, prima di entrare in palestra, Andrea si fermai a bere un caffè. Nel tavolino accanto al suo c’è un ragazzo.

Iniziammo a guardarci e, mentre mi alzavo per andare a pagare il conto, sentii il suo sguardo seguirmi verso la cassa. Sì mise in piedi anche lui e mi venne dietro, sempre stando a qualche passo da me.  Non mi voltai. Scappai via di nuovo, perché non potevo essere attratto da lui.

Sbirciando i contatti Facebook di un amico, Andrea si accorge che forse non è finita. Uno di loro sembra proprio il ragazzo del bar.

Ma nella foto di profilo faceva una smorfia, bevendo un cocktail con una cannuccia. Non ne avevo la certezza. Gli mandai una richiesta di amicizia, a cui lui rispose immediatamente, chiedendomi in chat: ci conosciamo per caso? Feci finta di niente, mi scusai, forse avevo sbagliato persona. Ma lui insistette nel voler sapere di me e mi disse che era insegnante di inglese. Ci sentimmo per qualche giorno, sempre parlando del più e del meno, e poi decidemmo di incontrarci.

Inizia ad andare da lui a lezione di inglese una volta alla settimana.

Mi disse che conviveva solo nel weekend, ma non con chi e specialmente non mi rivelò se era un lui o una lei. Una sera mi chiese se volevo restare da lui a vedere un po’ di tv. Ovviamente non la guardammo affatto e io mi sentivo in paradiso. Forse stiamo un po’ esagerando, mi disse dopo un po’, spostandosi. E il giorno dopo mi scrisse per messaggio che era stato un errore, che non voleva illudermi, ma era già impegnato. Furono le due settimane peggiori della mia vita quelle che seguirono. Toccare la felicità e poi perderla è molto peggio di non averla mai sperimentata.

Un pomeriggio, di ritorno da un giro in bicicletta, mi siede sul divano e scoppia a piangere davanti a sua madre.

Che cos’hai? Mi chiese. Ma io non riuscivo a rispondere. Sei malato? No. E allora che cosa c’è? Sono… Sei? Sono… Sei gay? Sì.

Mezz’ora dopo rientra suo padre e lo dice anche a lui.

Lo immaginavano, da poco, ma lo immaginavano tutti e due. Dissero che erano dispiaciuti, non che fossi omosessuale, ma che fossi arrivato a trentasette anni tenendomelo dentro.

Poco per volta, Andrea si apre anche con altre persone. La zia, le cugine e un’amica fidata. Inizia a frequentare quei locali gay a cui tante volte era passato davanti, senza mai avere il coraggio di entrare.

Ma ero ancora solo. Avevo interrotto quasi del tutto i rapporti con la mia compagnia di amici, perché gestire le uscite anche con loro non era fisicamente possibile e, anche se lo fosse stato, non avrei voluto. Davanti a loro non mi sentivo ancora pronto per rivelare la mia natura sessuale. Temevo troppo il loro giudizio. Allo stesso tempo, non mi andava più di fingere. Non volevo avere una doppia vita, volevo avere solo la mia vita, quella che non avevo vissuto sul serio fino a quel momento.

Una sera in una discoteca di Milano incontra Davide e finalmente Andrea riesce a lasciarsi andare. Da più di tre anni, ormai, sono una coppia.

Mangiamo tranquillamente a cena dai miei in un’atmosfera calda e rilassata. Dormo da lui quasi tutte le sere. Mi sono riavvicinato anche ai miei amici storici, perché sono riuscito a mettermi a nudo e mi sono scoperto più accettato e compreso di quanto non mi sarei mai aspettato. Per adesso ho tutto quello che desidero.

Proprio tutto?

Al momento non mi interessano ancora le questioni istituzionali. Non che rinneghi l’idea della famiglia, anzi: mi piacerebbe in futuro sposare Davide e poter adottare magari dei bambini. Ma non in Italia. Non dove la gente guarda due uomini che camminano mano nella mano. Sarebbe un gesto di egoismo nei confronti dei figli che prenderemmo con noi. Non mi preoccupo della discriminazione verso di me, che ora so valutare e tollerare. Mi pongo il problema di non far patire l’esclusione o la derisione sociale a quei bambini. Il nostro è un paese ancora troppo arretrato da questo punto di vista. Sicuramente c’entra la religione cattolica, anche se Papa Francesco si sta ponendo verso gli omosessuali come nessun pontefice si era mai posto. Chi sono io per giudicarli?, ha detto. E’ pur vero che, forse proprio a causa di questa concezione che pone gay e lesbiche sull’altra sponda di un fiume, come i diversi, è la stessa popolazione omosessuale spesso ad agire impropriamente verso il resto della società. Ricordo quando Papa Woytila etichettò come vergognoso il gay-pride. Da gay, non posso dargli torto: sfilare mezzo nudo su un carro sbaciucchiando il tuo o la tua compagna significa trasformare in un carnevale quella che invece è natura e normalità. In pratica, mettere un’altra maschera. E da questo il rischio di chiudersi in un recinto, girandone da soli la chiave del cancello.