Si presenta in giacca e cravatta. E’ appena uscito dall’ufficio e lo incontro a Brescia, davanti al centro Gli Acrobati, un servizio multidisciplinare integrato per la cura delle dipendenze. Damiano ha quarant’anni e dall’inizio del 2015 ha intrapreso un percorso per uscire dalla ludopatia.

Con le macchinette ho iniziato presto – racconta – subito dopo l’adolescenza. Erano l’unico divertimento del sabato sera in quel paesello sperso tra le valli bresciane dove sono nato e ho sempre vissuto. Ma scommettevo piccole somme, non era una dipendenza. Lo è diventata intorno ai trent’anni.

Cerco di farmi spiegare come quello che sembrava un hobby si è tramutato in un’ossessione. Che cosa è successo?

Apparentemente era la noia, il bisogno di riempire tutti i tempi morti. Infatti giocavo quando ero da solo. E’ diventato un circolo vizioso: più perdevo, più volevo riprovare a recuperare il denaro, perdendo ancora di più. Era diventato il baricentro attorno a cui ruotava la mia vita. Ci pensavo tutto il giorno, persino sul lavoro o quando ero con la mia ragazza.

Nessuno è a conoscenza del suo problema. Solo la madre intuisce qualcosa e lo incita a smettere. Ma le minacce non servono.

In fondo era mia madre: non avrebbe mai avuto il coraggio di affrontare la mia fidanzata e rivelarle tutto. Era anche il periodo in cui giornali e telegiornali avevano preso a raccontare il gioco d’azzardo patologico. Faceva male vedermelo spiattellato lì. Anche Laura, la mia ragazza, lo considerava un vizio, non una malattia. “Se il mio uomo avesse quella cosa lì – diceva – gli darei subito il ben servito!”. Così mi convincevo che mai avrei potuto dirle la verità senza perderla. Avrei dovuto uscirne da solo, arrangiarmi in qualche modo. Avrei ripagato tutti i debiti e poi le avrei regalato una vacanza per festeggiare la sua laurea. Durante quel viaggio, magari, le avrei chiesto di sposarmi.

Ma i propositi duravano poco, giusto il tempo di arrivare alla macchinetta più vicina.

Un giorno però decisi di confessarle tutto e aspettai il suo compleanno, a cena, per dirle la verità. “Ma come? Io ero lì, che contavo i due euro e tu ne bruciavi duecento in una volta sola?”, mi disse. E non potevo darle torto, anche se nemmeno per me era stato facile assorbire sempre e solo i suoi problemi senza poter parlare dei miei.

L’amore non riesce a vincere la delusione e Laura lascia Damiano. Una ferita non ancora del tutto rimarginata, ma che gli ha dato la spinta per fare qualcosa.

All’inizio in terapia ci ero venuto per dimostrare a Laura che ero cambiato, che mi stavo impegnando, ma non è servito. Però ho cominciato a crederci io. A cambiare veramente. Ormai sono quasi due anni che frequento i gruppi di sostegno e vado dallo psicologo, qualche volta mi è capitato di cedere ancora a una macchinetta, ma sempre di meno.

Voglio sapere come ha fatto, come riesce a darsi un freno.

Mi faccio aiutare dagli altri. Ne ho parlato tanto con gli amici e loro sanno che le difficoltà arrivano quando sono solo, quindi mi supportano con messaggi su whatsapp e spesso mi invitano da loro per mangiare una pizza o vedere la partita”.