“Siete voi quelli delle bici in bambù?”

Sì, piacere, Gloria.

Quando mi avevano detto di seguire per il giornale il Bamboo bicycle club non immaginavo che mi sarei trovata faccia a faccia con una bresciana.

“Ah, ma allora sei di Brescia!”, le dico, quasi pensando ad alta voce.

Sì, in realtà vivo a Londra da sei anni, ma vorrei tanto tornare qui.

 Basta questa frase a incuriosirmi. A prescindere dalle bici di bambù.

Era il 15 febbraio del 2011 quando mi sono trasferita nel Regno Unito. Avevo un biglietto di sola andata e nessun posto dove dormire. Infatti per un mese e mezzo ho vissuto in un ostello.

 Perché te ne sei andata?

Avevo studiato lingue alla Ca’ Foscari e volevo fare un’esperienza all’estero in un Paese che non fosse troppo lontano dall’Italia. E dove si parlasse inglese.

 Speravi di trovare lavoro lì?

Sì. E di fatto è stato così. A Londra se ti impegni il lavoro lo trovi in una settimana. Basta avere la perseveranza di andare in giro a distribuire cv. Io però aspiravo a qualcosa di più della barista, che per altro avevo già fatto in Italia per arrotondare durante gli studi, anche solo per il fatto che avevo una laurea in mano.

 E invece?

Invece la verità è che per i ruoli più qualificati la competenza è spietata. Il fatto di sapere bene più lingue, per esempio, in Inghilterra non è un gran valore aggiunto. Perché lì l’inglese lo parlano tutti e la maggior parte della popolazione ha origini straniere, perciò è naturale che conosca anche altre lingue.

 Quindi che hai fatto?

Non potevo non lavorare, così ho abbassato le mie pretese. Uno dei primi lavori che ho fatto è stato da Starbucks. Pensavo fosse un bell’ambiente, invece è stata un’esperienza pessima. Pretendevano che avessi sempre un sorriso plastico incollato in faccia e se non era così, magari perché mi stavo concentrando nel prendere un’ordinazione, venivo ripresa. Poi per fortuna ho trovato lavoro per un’impresa di pulizie. Dovevo preparare le sale dei meeting, portare caffè e bevande. E’ lì che ho conosciuto Suami.

 Suami è il compagno di Gloria e viene dal Brasile.

Ma non ho resistito tanto. Dopo qualche mese ho deciso di riprendere a studiare e mi sono iscritta a un master in traduzione e interpretariato alla Westminister University. E’ stato fantastico. Tutti snobbano l’università italiana, ma in realtà è molto facile quella anglo-americana. Lì fai pochissima teoria e quasi tutta pratica, il che, per me che avevo già una buona base linguistica, è stato perfetto.

 Poi hai trovato subito il lavoro che volevi?

Assolutamente no. Infatti ero piuttosto demoralizzata. Avere laurea, master ed essere lontana da casa per dovermi svegliare alle cinque di mattina e fare caffè in stazione non era il massimo delle mie aspirazioni. Dopo qualche mese sono riuscita a trovare posti migliori, in agenzie o simili, ma nulla per cui valesse la pena restare lì, tanto che in due occasioni mi sono licenziata per trascorrere il Natale a casa.

 Davvero?

Sì, in quegli uffici vengono tutti dall’estero e quindi al momento di spartirsi le ferie è la lotta. E io non ero sicura di volerlo davvero quel posto. Nel 2014 ho deciso di diventare free lance e poco dopo è nato Daniel. Suami, nel frattempo, aveva aperto un laboratorio per insegnare alla gente a fare le biciclette di bambù, un’idea che a Londra è piaciuta.

 Ma?

Ma vivere Londra da turista non è come viverla nella quotidianità. Ci sono un sacco di locali e cose da fare, certo, ma il cielo azzurro lo vedi forse una volta al mese, piove sempre e costa tutto tantissimo.

 Per questo vuoi tornare in Italia?

Io e Suami proveremo a vedere come va qui il laboratorio di biciclette, almeno per quest’estate. Poi prenderemo una decisione. Voglio che mio figlio cresca in una città umana, circondato dagli affetti. Londra è una metropoli. Sei solo.

 Non pensi ai motivi per cui l’Italia l’hai lasciata?

Volevo solo fare un’esperienza all’estero. Che poi si è trasformata in un soggiorno permanente. In ogni caso, sono consapevole che nemmeno l’Italia è perfetta. Per esempio la gente è ancora chiusa sotto molti punti di vista. Io ho un compagno e un bambino color caffèlatte: un po’ mi fa paura l’idea che possano subire discriminazioni. E poi qui non sappiamo essere felici.

 Cioè?

Ogni volta che mi faccio le paranoie per qualcosa ripenso a una donna che ho visto in Brasile. Per vivere andava in giro a sistemare i rasta alla gente, era evidentemente poverissima e affamata. Eppure scherzava, sorrideva, chiacchierava con le persone del quartiere. Ci ho parlato per una mezz’ora e mi ha fatto rendere conto di tante cose. Voglio anche io quella scintilla negli occhi.