E’ in ritardo e io ho solo un’ora di tempo. Aspetto S. seduta a un tavolino del Dolcevite, in piazza Duomo. Dopo venti minuti, non sapendo più come gestire i camerieri, mi decido a ordinare un caffè.

Sì, lo ammetto: sapendo quello che mi sta per raccontare, non sono per nulla stupita dalla sua mancanza di puntualità.

Grazie per aver accettato di parlarmene, gli dico quando si siede di fronte a me. Perché certe cose sono scomode e basta.

Figurati, alla fine io l’ho presa bene. Dopo una settimana, no forse dieci giorni, uscivo già con un’altra.

Non riesco a non riedere. E’ più forte di me.

Abbronzato, capelli ricci e brizzolati, camicia a righe bianche e gialle. Non il classico bello, ma bello. E gli si legge in faccia che sa di esserlo.

Da quanto tempo vi conoscevate?

Da piccoli eravamo stati insieme sei anni. Dai tredici ai diciannove. Poi ci siamo fatti gli affari nostri per un po’ di tempo, fino ai 25 anni.

Un ritorno di fiamma, insomma.

Sì beh, diciamo che mi mancava la stabilità. Credevo che con lei sarei riuscito a sistemarmi.

Come le hai chiesto di sposarti?

Semplicemente, le ho detto: e se ci sposassimo?

Romantico.

Avremmo dovuto sposarci a settembre di quattro anni fa. Non sono una persona particolarmente emotiva, quindi vedevo il matrimonio più che altro come il raggiungimento di una tranquillità nella mia vita, non mi ero ancora fatto progetti sul futuro, anche perché vivo molto alla giornata. Di sicuro non progettavo di avere figli tanto presto.

E poi che cosa è successo?

Era marzo e avevamo programmato una vacanza insieme a Miami. Solo che lei all’ultimo non era potuta venire a causa del lavoro. Io però sono andato lo stesso, con i miei amici.

Non dirmi che lì hai conosciuto un’altra.

No. Si stava in compagnia, uscivamo per locali e andavamo in giro. Non dovevo rendere conto a nessuno. E mi sono chiesto: ma chi me lo fa fare di sposarmi? Anche i miei amici me l’hanno domandato.

Guardando la sua mano, nuda da ogni tipo di fede, è evidente che la risposta se la sia data.

Certo, a 26 anni è un passo importante. (Che cosa si dice in questi casi?)

L’avevo presa un po’ sotto mano, la faccenda del matrimonio.

Un po’.

Tornato a casa, lei aveva notato che ero strano. Facevo in modo di vederla meno, anche se ero libero preferivo stare da solo… lei mi continuava a chiedere se c’era qualcosa che non andasse o se era successo qualcosa a Miami. Era sempre più pressante.

Non avevi dubbi? Non avevi paura di perderla per sempre, di fare una sciocchezza?

Non mi sono mai sorti dubbi. In verità ho sempre pensato che fosse la scelta più giusta.

Ti ricordi il momento preciso in cui hai preso la decisione?

Credo che sia stato un po’ tutto il contesto della vacanza, ma nello specifico forse il momento in cui ho capito che la vita da sposato non faceva per me è stato durante un festival a Miami.

Come gliel’hai detto?

Era un sabato sera. Avevamo cenato fuori e l’avevo riaccompagnata a casa in macchina. E lì gliel’ho detto. Che non se ne faceva più niente. Che avevo capito di non volerlo davvero.

Lei?

E’ scesa dalla macchina.

Da allora vi siete più visti?

No.

Sentiti?

Mi ha mandato qualche messaggio per chiedermi il perché.

E tu lo sapevi il perché?

Non ero pronto per il matrimonio e non so se lo sarò mai. Non mi ci vedo sposato e con figli.

Che cosa ti fa paura?

Forse il dover rendere conto a qualcuno e non essere libero al 100% di fare quello che voglio.

Gli altri come hanno reagito?

Non bene.

(E chi l’avrebbe mai detto).

Per fortuna non l’avevamo annunciato a tutti, solo ai più stretti e alle famiglie. Non avevamo ancora comprato gli abiti e scelto il ristorante.

Ti sei sentito giudicato da qualcuno?

No. Non mi è mai importato niente di quello che pensano gli altri. Poco dopo ho cambiato vita. Ora vivo sei mesi all’anno negli Stati Uniti, lavoro e continuo a divertirmi.

Nessun rimpianto?

No.

Lo dice sorridendo. Sicuro.

C’è qualcosa che vorresti dire alla tua ex?

Il saluto non si nega a nessuno. Le chiederei semplicemente come sta e come va la sua vita. Niente di speciale.