Abita all’undicesimo piano di un bel palazzo in centro. Quando arrivo è già lì che mi aspetta sulla porta. Sono due anni che non ci vediamo e gli ho chiesto di aggiornarmi sulla sua storia. La storia di un padre ultrasettantenne a cui hanno sottratto la figlia piccola.

Avevo sessant’anni quando conobbi Amina. Mi trovavo sulla barca di un mio cliente e lei, trentenne senegalese, faceva la “cameriera”. Sembrava una donna gentile, oltre che bella. Fu proprio il mio cliente a chiedermi se avessi potuto aiutarla nella pratica di regolarizzazione del lavoro, dato che eravamo in periodo di sanatorie. E io accettai.

Orazio Olivari è un noto commercialista bresciano, da poco in pensione.

Ci sposammo nel 2005 e l’anno dopo nacque Gloria. Me l’aveva chiesto Amina di fare un figlio, perché diceva che così, visto il divario d’età che ci separava, almeno le sarebbe rimasto qualcosa di me”.

Non hai pensato che potesse essere una trappola?

Sul momento no, mi pareva sincera, ma subito dopo la nascita della bambina Amina cambiò enormemente. Evidentemente aveva raggiunto il suo scopo.

In che senso?

Era sempre più fredda e distaccata, non si occupava della bambina, con cui io avevo invece stretto una grande complicità. Non faceva che chiedermi soldi da inviare alla sua famiglia in Senegal, ma specialmente da immolare al Marabutto, una figura mitico-religiosa che in Nord Africa dà vita a confraternite e a organizzazioni gerarchiche. Solo perché acconsentisse a far battezzare Gloria secondo il rito cattolico, fui costretto a darle novemila euro.

E poi quel 24 luglio 2009.

Al mio ritorno la sera non riuscii più a entrare in casa. Avevano cambiato la serratura e davanti alla porta c’era la lettera dell’avvocato. Scoprii che Amina mi aveva denunciato per violenza domestica.

Dopo un anno di indagini, l’accusa decade e il caso viene archiviato. Il calvario di Orazio, però, è solo all’inizio. Si avviano nel frattempo le pratiche di separazione e poi di divorzio. Quattro anni in cui madre e figlia vivono in quella che è sempre stata la casa dell’ex commercialista, fino alla richiesta di Amina, nel 2013, di trasferirsi a Montecarlo con la piccola.

Mi opposi davanti al giudice, sapevo che in quel modo non avrei più rivisto mia figlia.

Viene nominato un consulente tecnico d’ufficio, che ha il compito di valutare se la volontà della donna sia compatibile con la buona crescita e la serenità di Gloria. Verdetto negativo: la bambina deve rimanere a Brescia, dove è cittadina e dove ha tutti i suoi affetti e i suoi punti di riferimento, padre compreso. Ma Amina non ci sta: per lei andare nel principato di Monaco è di vitale importanza: lì avrebbe un lavoro e diversi sostegni. Già, ma quale lavoro? Sostegno da parte di chi? Quesiti che sono sempre rimasti senza risposta.

Alla fine il giudice le aveva concesso il trasferimento ma, essendo l’affido di Gloria condiviso tra me e lei, il patto era che riportasse periodicamente Gloria in Italia e agevolasse visite frequenti con me.

Cosa che puntualmente non avviene.

Non appena mise piede sul territorio monegasco, Amina si rivolse al giudice tutelare di quella terra…

Terra dove, è bene ricordare, non essendoci adesione a tutte le convenzioni europee che legalizzano gli atti pubblici esteri prodotti nei territori dei vari Stati contraenti, molte delle sentenze emesse dai giudici italiani non sono in alcun modo riconosciute.

E allora lì ho capito…che Gloria non sarebbe più tornata.

Comincia quindi un braccio di ferro a distanza tra due giurisdizioni, quella italiana e quella monegasca. Il Tribunale di Brescia, in seguito al mancato rispetto da parte di Amina degli accordi sull’affidamento condiviso, con due pronunce (il 9 giugno e il 20 novembre 2014) conferisce a Orazio l’affidamento totale della bambina. Il che, tuttavia, si ripercuote ancor più ferocemente sul rapporto tra padre e figlia.

Potevamo vederci solo due ore alla settimana, in una struttura protetta e in presenza degli assistenti sociali. Gloria era sempre più cupa. Non parlava più. Un giorno mi disse che voleva scrivere. E allora su un foglio di carta le chiesi se aveva paura che la madre la sentisse. Rispose di sì.

Diversi sono i tasselli che non s’incastrano in questo paradosso legale e affettivo. Una questione è senza dubbio economica: Amina, dopo aver perso l’affidamento, non ha più diritto agli alimenti da parte dell’ex marito e per questo fa ricorso, perdendo, davanti al giudice del principato. Eppure, fonti documentate testimoniano che la donna vive ben al di sopra delle sue possibilità. Chi l’aiuta? La confraternita di Marabutto? Qualche amante potente? Sono solo supposizioni. La certezza è che nel corso dei mesi si crea una rete sempre più fitta attorno ad Amina e a Gloria, un muro che porta alla perdita progressiva dei contatti tra padre e figlia.

Per un anno, nel 2015, non ho più potuto vedere Gloria, perché la mia ex moglie mi ha denunciato per stalking. Sono arrivati a scrivermi, in una mail inviata dall’ambasciatore italiano a Montecarlo, che il giudice tutelare monegasco sostieneva che le visite si erano interrotte per la mia impossibilità economica. Effettivamente ero costretto a un salasso di più di mille euro e a dieci ore di viaggio per ogni visita settimanale a Montecarlo, ma non avrei mai rinunciato a vedere Gloria per questo.

Non solo. Nella mail c’era anche scritto che “la negazione a riportare Gloria in Italia è in ultima istanza da ricondurre alle azioni mediatiche (un appello su Facebook alla presidente della Camera Laura Boldrini) intraprese dal padre, che minaccerebbero la serenità della piccola. Detta situazione venutasi a creare – rassicura nella chiusa l’ambasciatore – è tuttavia reversibile qualora il padre di Gloria desista in futuro da comportamenti e iniziative del genere, evitando di proseguire nelle sue azioni giudiziarie”. Forse in francese ha un altro nome, in Italia si chiama ricatto.

Questa storia mi ha dilapidato, moralmente ed economicamente, ma il mio unico obiettivo adesso è portare a casa mia figlia.

E così non si arrende Orazio.

Ho scritto a tutte le autorità possibili. Mi sono rivolto alla Procura generale della Repubblica, che ha rinviato a processo la mia ex moglie e lo scorso anno l’ha condannata a un anno e due mesi senza condizionale.

Amina ha fatto ricorso in appello.

Sì, ma la sentenza è stata confermata e le è stata tolta la potestà genitoriale, sia in sede penale sia in sede civile. Io avrei l’affidamento esclusivo. Eppure non la posso vedere, se non per due o tre ore ogni due mesi, in una struttura protetta. Come se fossi un criminale.

Per questo Orazio si è rivolto alle Autorità centrali di Roma.

Lo scorso aprile ho ricevuto una lettera in cui mi veniva comunicato che sarebbe stata contattata la corrispondente autorità centrale monegasca per il rimpatrio di Gloria, ma non credo avverrà qualcosa nemmeno stavolta. Sono solo lettere e comunicazioni. Poi passano i mesi. Io invecchio e lei cresce. So che presto si appelleranno al fatto che ora la bambina si è ambientata là, ma se non avessero tardato così tanto a dare risposte concrete, il problema non si sarebbe nemmeno posto.

Che cosa dici a Gloria quando vi parlate al telefono?

Quando la chiamo ormai non le faccio più domande. Tanto so che chiede alla madre come rispondermi. Le dico solo che le voglio bene, che papà non si è scordato di lei. Spesso le telefonate vengono registrate, aspettano che dica qualcosa di sbagliato.

E Gloria?

Gloria non dice niente.