Non posa lo straccio nemmeno per parlare con me. Incontro Hanna Sova all’autogrill di Cinisello Balsamo in cui la domenica fa le pulizie. Ha 66 anni e viene da Cerneliv Russkiy, una località ucraina in provincia di Ternopil’. Vive in Italia dal febbraio del 1999.

Arrivai a Napoli da sola, mio marito era rimasto in Ucraina con i ragazzi. Avevo soltanto il passaporto, nessun permesso di soggiorno, nessuna minima conoscenza della lingua.

Il che significa non potere fare nulla: chiedere come prendere un autobus, dove dormire, come cambiare i pochi soldi che si è portata per il viaggio…

Per fortuna c’erano alcune donne moldave, che l’esperienza l’avevano vissuta prima di me. Una di loro mi disse: Tu mi piaci, sembri una buona persona. E piacerai anche alla Signora. La Signora era una donna anziana, sana fisicamente, ma per niente lucida, che andava quindi assistita in tutto. Rimasi a Napoli per sei mesi, poi la Signora morì. Mi dissero di chiamare una suora, che mi avrebbe aiutata. E quella suora era a Brescia.

E’ qui che vive ancora Hanna. Dopo molti anni di assistenza agli anziani, oggi lavora come colf per due famiglie, una al mattino e una al pomeriggio. Di sera, invece, fa le pulizie negli uffici di un’impresa.

Sono contenta, ho trovato tutte buone persone qui in Italia. E pensare che all’inizio credevo di rimanere solo pochi mesi, il necessario per guadagnare qualcosa da mandare alla mia famiglia, in attesa che la situazione in Ucraina migliorasse. Ma non è mai migliorata. E va avanti solo chi ha parenti che mandano qualcosa dall’estero.

Ma Hanna non è sempre stata sola. Nel 2003 la raggiunge uno dei due figli, Mirko, che lavora come muratore a Foggia, dove ottiene il permesso di soggiorno, e poi si trasferisce a Brescia.

E’ qui cha ha incontrato Nadja, anche lei ucraina. Si sono sposati e hanno avuto una bambina, Irene. Per un certo periodo abbiamo vissuto tutti insieme in una casetta che avevo preso in affitto nel quartiere Sant’Anna.

Le cose, tuttavia, non filano lisce.

Ci credo che Mirko se l’era sposato. Per lei, sola sia qui sia in Ucraina, era una sicurezza, un appoggio. Ma se in una coppia c’è troppa disparità la relazione non regge.

E tra loro ce n’era. Mirko ha studiato poco e sempre lavorato. Nadja invece ha fatto economia all’Università.

Non stavano più bene insieme. Lei a un certo punto si è trovata un altro. Mirko ha iniziato a bere e in poco tempo non ne poteva più fare a meno. Così ha perso anche il lavoro. Faceva carico e scarico e montava mobili per una ditta di lusso. Per fortuna sono riuscita a convincerlo a tornare in Ucraina per curarsi.

Mirko resta per alcuni mesi in una comunità a Ternopil’ e riesce a disintossicarsi dall’alcol, ma decide di non fare ritorno in Italia, se non sporadicamente per fare visita alla figlia.

E Hanna? Pensa di rimanere qui per sempre? O tornare in patria e godersi la meritata pensione?

Avevo messo da parte i risparmi di questi diciassette anni, ma ora non ci sono più. Me l’ha detto mio marito al telefono. Ha dovuto usarli per pagare le spese mediche sue e di Mirko, perché in Ucraina non c’è un sistema di previdenza sociale a livello sanitario. Non so che cosa farò.

Non sempre c’è il desiderio di tornare.

Quando uno pensa alla sua terra di solito prova nostalgia. Invece io no. Qui mi sento al sicuro, anche se non sono tranquilla. Ho paura per mio marito, che sta male. Ho paura per i miei figli, che potrebbero essere chiamati a fare la guerra. E allora non ci sarebbe scampo…