Mi ha salvata l’incoscienza. Se avessi saputo che stavo per lasciare i miei due figli e il mio lavoro di insegnante per andare a condividere una stanza con altre quindici persone, essere chiamata “cameriera” e avere mezza giornata libera a settimana, se fossi stata consapevole di tutto ciò, non credo avrei avuto il coraggio di trasferirmi in Italia.

Vira Horila ha 58 anni ed è originaria del Kazakistan, ma ha vissuto buona parte della sua giovinezza e dell’età adulta in Ucraina.

Mia madre mi portò a Oleksandiya dopo essersi separata da mio padre e lì ho abitato più o meno stabilmente fino all’età di 39 anni. Insegnavo lingua e letteratura russa e ucraina e stavo per diventare preside, ma la situazione economica del Paese non dava speranza per un futuro dignitoso.

Ucraina, anni Novanta. Dopo il crollo dell’ex Unione sovietica e la dichiarazione di sovranità del Paese, la già debole economia subisce un ulteriore crollo, dovuto alla mancanza di riserve energetiche, che portano elevati tassi d’inflazione e forti tensioni interne.

Le fabbriche chiudevano o, se rimanevano aperte, non potevano pagare i dipendenti, se non sotto forma di baratto. Chi lavorava in un’azienda di lampadine, per esempio, veniva retribuito con le stesse lampadine prodotte (e per la maggior parte invendute), le portava al mercato e cercava di rivenderle. Io facevo l’insegnante, ero dipendente statale, e non c’erano prodotti da rivendere per me. Dopo essere stata per circa sei mesi senza stipendio, ho deciso di lasciare l’Ucraina. Ho usato la piccola eredità (circa 900 dollari) di mio padre per fare il visto.

I figli, di 4 e 15 anni, restano in Ucraina, in attesa di ricongiungersi con la madre.

Inizialmente pensavo di restare in Italia per poco tempo, un anno e mezzo al massimo. Mi avevano detto che si prendevano anche 600 euro al mese, che nel mio Paese sarebbero bastati per essere ricchi, ma non avevo messo in conto il costo della vita e le difficoltà che mi avrebbero attesa. Tuttavia, dopo un mese, avevo già deciso che sarei rimasta in Italia e vi avrei portato anche i miei figli. La prima tappa fu Napoli: il 15 luglio 2000 scesi in piazza Garibaldi, più impaurita che mai. Non conoscevo la lingua e nessuno parlava inglese, in più non avevo punti di riferimento né persone a cui chiedere aiuto. Furono Olga e Serj, due amici conosciuti durante il viaggio, a darmi una mano per trovare un primo lavoro.

La permanenza nel Sud Italia dura circa tre mesi e, per caso, un giorno di ottobre Vira arriva a Brescia, dove inizia a lavorare come colf e badante per una famiglia benestante.

Non ero abituata a quel genere di lavoro, avevo 39 anni e venivo trattata come una ragazzina, ma soprattutto non potevo uscire, stare in mezzo alla gente e avere stimoli culturali. Lasciai quell’impiego dopo alcuni mesi e mi arrangiai facendo mestieri nelle case, condividendo nel frattempo una stanza in via Milano con altre 15 persone, clandestine come me. Altro non mi potevo permettere.

Ma è proprio da questo periodo di stenti che arriva il seme della svolta.

Una delle signore a cui facevo da colf, insegnante come me, mi consigliò di frequentare le scuole serali. Per me era una boccata d’aria fresca: finalmente potevo riprendere in mano i miei amati libri! A quell’esperienza sono seguiti il corso da mediatrice culturale, lo stage in questura e l’adesione a tanti piccoli progetti che mi hanno permesso di integrarmi.

Nel 2003 Vira ottiene il permesso di soggiorno e dal 2009 lavora alla Cgil Inca, come impiegata all’ufficio pensioni.

Adesso sono io a poter aiutare le altre persone con consigli e informazioni. Mi piace il mio lavoro e, oltre a quello, sono impegnata in mille altre attività: dal corso di ballo, al teatro, lo sport e la passione per arte e letteratura. Tramite la pratica del ricongiungimento familiare, sono riuscita a far venire in Italia anche mio figlio e mia madre, mentre mia figlia, che nel 2000 era già adolescente, ha preferito non lasciare l’ambiente in cui è cresciuta.

Coraggio, sacrificio e intraprendenza hanno trasformato la vita di Vira, che oggi non smette di fare progetti e di coltivare sogni.

L’impegno da parte mia c’è stato, ma ho avuto anche tante persone pronte ad aiutarmi e indirizzarmi. Se da clandestina sono diventata cittadina completamente integrata è perché mi è stata data la possibilità di farlo. Per questo mi preoccupano le politiche economiche e sociali che stanno emergendo negli ultimi tempi in Italia e in Europa: se un migrante non viene accolto e aiutato, non potrà mai diventare una risorsa per il Paese in cui approda.