Adesso ne parlano tutti e sembra una cosa quasi normale, ma io non ce la faccio. Non voglio che la gente sappia che è successo a me, voglio che sappia che cosa si prova a non essere creduta.

E allora l’accontento, Martina (nome di fantasia). Non rivelando né la sua identità né il luogo in cui ci siamo incontrate. Ha trent’anni, ma sembra molto più giovane. Forse per la felpa di Winnie the Pooh (qualche anno fa andava di moda, mi spiega), forse perché non è truccata e la sua voce è ancora bianca.

Quando ero piccola in famiglia si andava sempre in montagna l’estate. C’erano gli zii, i nonni, i cugini. I miei genitori venivano solo il fine settimana, perché lavoravano. Ma io ero felice così, senza mamma e papà l’estate non aveva molte regole. Se non quella di lavarmi le mani prima di mangiare e di chiedere permesso quando entravo nelle case degli altri. Perché lì era così: noi bambini giocavamo spersi per il paese. Un giorno da uno, un giorno dall’altro.

Anni Novanta. A cavallo tra vecchio e nuovo, tra la pellicola e il pixel, in un’Italia tanto arcaica quanto rivoluzionaria.

Al telegiornale se ne parlava a volte. Io lo guardavo solo quando c’era papà e non capivo quasi nulla. Per questo un sabato, a pranzo, chiesi alla mamma che cosa vuol dire “pedofilo”.

Il pomeriggio andavo spesso a giocare da un’amichetta, Luisa. I suoi nonni avevano una casa proprio dietro la mia. Di quelle vecchie, dove per andare in bagno devi passare dall’esterno. Ci mettevamo sedute per terra e facevamo da mangiare con le foglie pestate nei pentolini rosa di plastica.

Pedofilo, mi disse la mamma, è uno che fa brutte cose ai bambini. Un uomo nero, tipo?, provai a incalzare. Sì, tipo.

Si tormenta le mani e le braccia, Martina. Scusa, mi fanno prurito, si giustifica. Non è difficile crederlo, visto che sono piene di cicatrici. Non le chiedo come se le sia procurate, ma, notando come la osservo, mi toglie dall’impiccio.

Mi sono spenta addosso un po’ troppe sigarette la scorsa settimana.

Quanti anni aveva quando andava in montagna?

Sette, forse otto. In realtà ci sono andata per tutte le elementari, ma quelle cose sono successe i primi anni.

Quali cose? Le chiedo, sapendo di fare una domanda idiota.

A un certo punto io mi rompevo di giocare con le padelline. Mentre le altre bambine allestivano banchetti e mercati, io osservavo quello che facevano i nonni di Luisa. Il pomeriggio la nonna andava sempre a riposare, mentre il nonno si chiudeva nel suo studio. Era un pittore.

Lo studio era al piano di sopra. Un giorno mi chiese se volevo pitturare anche io. A me piaceva tantissimo pitturare, ma a casa non potevo farlo, perché le tempere sporcano. Mi aveva detto che potevo fare un quadro.

La voce di Martina si è fatta un sibilo. Le chiedo se se la sente di continuare.

Per fare il quadro, però, dovevo togliermi tutti i vestiti, altrimenti rischiavo di sporcarmi. Tutti i vestiti, comprese le mutandine.

Per quanto tempo è andata avanti? Le chiedo.

Due, tre anni. Faccio fatica a ricordare con esattezza. I ricordi si sovrappongono.

E in famiglia non si erano accorti di nulla?

Non davo nell’occhio. Poi non c’ero solo io. Eravamo in cinque o sei cugini, mica potevano stare dietro solo a me. Ero tranquilla, comunque. Tranne quando ne parlavano al telegiornale e qualcuno commentava che era uno schifo. Ormai sapevo il significato della parola “pedofilo”. Ma il peggio è stato una volta in cui mio padre, mentre la nonna gli versava nel piatto una seconda porzione risotto ai funghi, commentò: “Però bisogna essere sicuri quando si fa un’accusa. Altrimenti si rischia di rovinare la vita di una persona”.

Per questo non hai mai detto niente a nessuno? Mi viene spontaneo domandarle.

Avevo paura di non essere creduta, di fare la parte di quella che accusa ingiustamente.

Due, tre anni. Perché continuavi ad andare da Luisa?

Non ci andavo sempre, ma quando ci andavo succedeva e lui mi regalava gelati e caramelle. Io a casa non li mangiavo quasi mai, perché la mamma diceva che facevano male. A volte mi capitava di piangere. O di vomitare, per lo schifo. E allora lui mi diceva che avrebbe detto a mio padre che ero una bambina cattiva, che mi ero comportata male. Io avevo una paura tremenda di mio padre.

Passano vent’anni. Il segreto rimane sepolto tra Martina e Martina.

A volte credevo davvero di essermi sognata tutto. Mi faceva solo schifo il sesso. Lo consideravo una cosa vergognosa, come se fossi rimasta bambina. Sai quando alle elementari e alle medie se ne parla come un tabù…

Non l’hai mai detto a nessuno (oltre a me)?

Adesso lo sanno in molti. Quando ho avuto la prima relazione seria il problema del sesso si è posto. Credevo fosse l’uomo della mia vita…

A vent’anni è facile crederlo.

Quando glielo dissi, del nonno di Luisa, lui mi invitò a lasciarmi tutto alle spalle. Il passato è passato, diceva. E io sentivo avverarsi la mia più grande paura.

Quale?

Di non essere creduta. Ma ormai avevo scoperchiato il vaso. E più non mi sentivo creduta da lui – perché, onestamente, come fa una persona a tenersi dentro una cosa del genere per così tanti anni? -, più cercavo persone che mi credessero. Lo dissi alle mie amiche più strette. Ma l’impressione era la stessa.

E in famiglia?

In famiglia no. L’hanno scoperto solo quando ho iniziato ad andare fuori di testa. Quando ho preso a spegnermi sigarette sul corpo e a tagliarmi o prendermi a scarpate.