Terreni agricoli, prati, boschi e (purtroppo) edifici: l’Alta velocità chiede spazio, si fa largo in città arrivando da ovest.[…] Secondo quanto riferito dai responsabili Italferr (società del gruppo Ferrovie dello Stato che coordina la costruzione della Tav) è stato acquisito il possesso di oltre l’80% delle aree da mettere a disposizione dell’impresa che realizzerà il maxi intervento. Manca quindi soltanto la zona di via Toscana e dintorni, l’area più urbanizzata e quindi più delicata, dove sarà necessario abbattere diversi edifici residenziali per far spazio ai nuovi binari e alle opere accessorie. [Nella zona del Violino] residenti e impresa delle ferrovie hanno già firmato il “verbale di accordo” per la cessione di proprietà dei fabbricati (la cui sorte è poi la demolizione) […] E’ un approccio che i tecnici di Italferr auspicano di poter utilizzare anche per via Toscana, anche se – fino a oggi – sono riusciti a contattare solo alcuni proprietari tra i tanti interessati. […] riferiscono dagli uffici milanesi di Italferr […] “La coercizione non è mai una strada da perseguire, ma prima di dirsi soddisfatti o non bisognerebbe almeno avviare la trattativa”.

[Giornale di Brescia, 12 luglio 2012]

 

L’ha saputo così, per caso, da un articolo sul quotidiano locale. Alessandra Zanini ha abitato in via Toscana da quando è nata.

Lì, al numero 6, ho mosso i primi passi, ho corso, riso, pianto, studiato e giocato. Non era solo un appartamento, era una casa. La mia casa, il tempio che custodiva la presenza di mia madre, scomparsa quando avevo diciotto anni.

Era. Prima di essere polverizzato da una ruspa.

All’inizio faticai a rendermene conto. Non avevo nemmeno idea che la Tav sarebbe passata anche per Brescia, tanto meno immaginavo che sarebbe stata al posto di casa mia. Durante il primo periodo mio padre, mia sorella e io ci affidammo all’Amministrazione. A chi altri potevamo rivolgerci? Ma fu solo una perdita di tempo. Il sindaco uscente ci diceva che avrebbero ricostruito. Il vicesindaco che non avrebbero nemmeno abbattuto. Il candidato in lizza per diventare nuovo primo cittadino negava la fattibilità del progetto in caso di sua elezione.

Nessuno li aveva avvertiti.

Perché i soldi per imbustare le raccomandate postali non c’erano, ci dissero.

Tutto ha inizio il 12 luglio 2012.

Un mese dopo, ad agosto 2012, arrivò la lettera di Italferr: ci chiedeva di formulare una proposta di indennizzo per l’esproprio della nostra casa. Non era una domanda: era una condizione da accettare o meno senza poterne però evitare le conseguenze. Nel frattempo mi ero informata sul sito della società e avevo capito che era già stato tutto deciso, compreso l’ammontare degli espropri. Non ci potevo credere: avrei perso la mia casa. E non l’avrei persa per sfortuna o per indigenza, ma per lasciare spazio a un progetto di cui non condividevo minimamente i principi.

Il 2 ottobre 2012 Alessandra e gli altri abitanti di via Toscana riescono a ottenere un incontro con il sindaco di Brescia e con Italferr, che ribadisce la sua indisponibilità a modificare l’itinerario del Tav per evitare l’abbattimento delle loro case.Intanto, essendo vicino alle elezioni amministrative, il sindaco Pdl in carica promette.

Parlava di ricostruzione delle case, di salvare una delle palazzine, di ricostruire una “piccola via Toscana” in una zona vicina. La gente era spaventata, le mie vicine di casa più anziane, molte vedove, si auguravano di morire prima di dover lasciare le loro abitazioni. Nel frattempo Italferr era arrivata ai ricatti morali: o accettate i soldi dell’indennizzo o subentra l’esproprio coatto e venite sbattuti fuori senza prendere niente.

Si arrendono tutti, tranne Alessandra, che con la sorella Valentina e con alcuni membri del gruppo antinocività bresciana, dà vita al comitato No Tav Brescia.

Io, che non avevo mai parlato in pubblico ed ero timidissima, iniziai a spiegare e raccontare davanti a sale gremite di persone, per far capire loro che casa non significa solo soldi e mattoni. Finanze pubbliche spese per grandi opere inutili, in cui i profitti vanno a pochi, mentre l’ambiente e la salute dei cittadini sono all’ultimo posto nell’agenda delle amministrazioni. Il tumore che ha ucciso mia madre, per esempio, era il lascito dell’amianto. I soldi con cui verrà costruita la tratta (2 miliardi solo per il lotto Treviglio-Brescia) sono di tutti e vengono tolti a sanità, istruzione e altri servizi al cittadino. L’inquinamento acustico, la devastazione ambientale, l’aumento del traffico e delle polveri e i disagi dovuti ai lavori riguarderanno ognuno di noi.

Solo dopo diversi mesi di attesa, nel dicembre del 2012, Itaferr mostra gli atti, permettendo però ai condomini di via Toscana di visionare solo una parte della documentazione già arbitrariamente selezionata, senza che quindi si potesse verificare la correttezza delle procedure di esproprio e l’idoneità dell’opera.

Non abbiamo perso tempo: ci siamo affidati a un avvocato e abbiamo fatto ricorso al Tar, ma abbiamo poi dovuto ritirarlo ancor prima dell’udienza preliminare, a causa delle tempistiche che Italferr ci ha imposto e perché lo comandava l’accordo per la cessione obbligatoria della casa.

La chiamano “espropriazione per pubblica utilità” ed è un provvedimento giuridico che sacrifica il bene privato per quello della collettività. Il tutto avviene da settembre 2013 ad aprile 2014.

Quella biro l’ho tenuta in mano per un’ora prima di mettere la mia firma. Non potevo scarabocchiare così, liscio, il nome Alessandra Zanini sotto una clausola che mi descriveva concorde e felice di abbandonare la mia casa. Avevamo le mani legate. In famiglia la situazione era diventata insostenibile: si parlava solo di quello. Mio padre, ormai in pensione, ha preferito rassegnarsi e acquistare un appartamento altrove. Mia sorella ed io abbiamo lottato fino alla fine. Eravamo le uniche rimaste nello stabile: tutto l’edificio era controllato da guardie che avrebbero dovuto evitare episodi di sciacallaggio e occupazioni, ma dimostravano assai poco rispetto per noi “superstiti”. Man mano che i condomini abbandonavano i loro appartamenti, venivano murate porte e finestre. Un giorno trovammo mattoni e calcestruzzo anche davanti al nostro ingresso.

 Nel luglio del 2014 la casa di Alessandra viene abbattuta. Prima di lasciare la casa, un’amica fotografa aiuta Alessandra e Valentina a immortalare tutte le cose che non avrebbero potuto portarsi appresso. Il davanzale da cui la madre le guardava giocare. Le farfalle che Alessandra aveva dipinto sul muro della sua camera durante i giorni difficili dell’adolescenza. La tomba della gatta e della tartaruga nel giardino. Il muro celeste in camera di mia Valentina, tinteggiato da un amico morto troppo presto.

Siamo riuscite a recuperare i soldi per prendere un trilocale in affitto, dove viviamo tutt’ora. Ma quello è un luogo, non è casa.