E’ stato difficile convincerla a incontrarmi, ma alla fine Cinzia ha accettato di parlare con me dei passati maltrattamenti subiti dal marito. Ci sediamo in un bar nel centro di Perugia, città dove vive e lavora come segretaria, e lei inizia a raccontare:

Ho conosciuto Emanuele per caso, nella sala d’attesa del medico di base. Mi aveva attirato la sua divisa da carabiniere. Era il 1994. Allora mi ritenevo una single felice e determinata a rimanere tale, ma non ci ho messo molto a cambiare idea. Tempo un anno e ci siamo sposati. All’inizio sembrava andare tutto a meraviglia: era gentile e premuroso. Forse un po’ troppo premuroso…

Poi però le cose sono cambiate.

Mi costrinse a lasciare il lavoro, non voleva che andassi in palestra e vedessi amici e familiari. Era geloso di tutti. Un giorno, quando ero all’ottavo mese di gravidanza, accettai l’invito di mia madre e di mia sorella per una passeggiata in città. Al mio rientro Emanuele era furibondo. Fu lì che alzò le mani su di me per la prima volta. Caddi a terra. Chi avevo sposato?

Quell’episodio, tuttavia, non è bastato a scuotere Cinzia e a convincerla a prendere le distanze. E’ solo il primo di una lunga serie. Schiaffi, pugni, calci, capelli tirati.

All’inizio dopo questi episodi arrivavano le scuse, i non-lo-farò-mai-più, i mazzi di fiori e i regali. Poi nemmeno quelli. La violenza era anche psicologica: mi sminuiva e scherniva davanti agli altri, faceva di tutto per isolarmi.

Passano gli anni e arriva una seconda figlia, ma Cinzia è ormai un automa:

E’ stata la mia figlia maggiore, Gloria, a darmi una scossa. Una mattina, in bagno mentre ci stavamo preparando per uscire, mi ha detto: mamma, adesso basta! Dobbiamo andarcene, mi disse. E’ stato in quel momento che mi sono guardata allo specchio senza riuscire a riconoscermi. Non stavo facendo del male solo a me stessa, ma anche alle mie figlie.

E’ questo il tasto dolente per Cinzia. Nel parlare di loro abbassa gli occhi sulla tazzina di caffè ormai vuota e riduce in pezzi microscopici la bustina che prima conteneva dello zucchero.

Nel 2009 sono scappata di casa insieme alle ragazze, che allora erano una bambina e un’adolescente. Siamo state per qualche tempo dai miei e poi, una volta tornata al lavoro, sono riuscita a pagare un appartamento in affitto. L’avevo anche denunciato, il mio ex marito. Ma non sono riuscita a portare la causa fino infondo.

Ormai la bustina è ridotta in polvere, non c’è più niente da strappare.

E’ stato aperto un fascicolo, ma i tempi si sono dilatati in maniera esasperata. Era evidente che aspettassero solo la prescrizione del reato. Un giorno il pm che si stava occupando del caso è venuto da me e mi ha detto: suo marito è nell’Arma. Abbiamo le mani legate. Non le dico che condannarlo sarà impossibile, ma molto difficile. Se la sente di continuare?

In un film la risposta sarebbe stata scontata, ma non nella vita reale.

Ho preferito fare un passo indietro. Le mie figlie erano già troppo provate dalla situazione, soprattutto la più piccola.

E, adesso, viene spontaneo chiederle, si sente libera?

Sono libera da lui, che ora mi sta ben lontano, visto che ha trovato un’altra donna, ma non sono libera dal mio passato, che ritorna ogni volta che vedo la mia figlia minore costantemente seguita da psicologi e assistenti sociali per il trauma subito. Non sento il bisogno di perdonare lui, ma vorrei riuscire a perdonare me stessa, cosa che non è ancora accaduta.